Da Barbieland al mondo reale ovvero come funzionano gli stereotipi

Lo chiedevo ieri in un’aula formativa e la maggior parte dei/lle partecipanti presenti ha alzato la mano: “Chi di voi ha visto Barbie?”. La mia domanda aveva un’intenzione ben precisa, far capire in modo immediato e semplice come funzionano gli stereotipi (di genere). Se anche tu hai alzato la mano alla mia domanda, avrai già capito dove voglio andare a parare.

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Quando Barbie (con Ken al seguito) arriva nel mondo reale, scopre una realtà completamente diversa da come lei e le sue amiche Barbie l’avevano sempre immaginata. È un mondo al contrario dove:

  1. di donne in luoghi di potere non ce ne sono, sì, perfino nella casa madre della Barbie (l’azienda che l’ha inventata) 
  2. non è per nulla scontato che le donne abbiano la propria casa, la propria auto… in una parola: la propria indipendenza
  3. i complimenti che le arrivano sono solo da parte di uomini e conditi da modi indiscreti e allusioni sessuali costanti 

Dapprima si sente confusa, non capisce bene cosa stia accadendo attorno a sé, poi inizia a provare un senso di inadeguatezza (vedi il punto 3 dell’elenco di cui sopra), per finire nello sconforto totale quando scopre da Sasha, la ragazzina adolescente di cui lei immagina di essere l’idolo, che in realtà “la Barbie” ha rappresentato per molte generazioni uno strumento di rafforzamento di uno stereotipo malsano di donna perfetta, frivola, vittima e promotrice del consumismo. 

Ma non è sul tipo di stereotipo che il fenomeno Barbie ha concorso a costruire che vorrei soffermarmi, anche perché non ho una opinione certa sul tema. Chiederci se è nato prima lo stereotipo della donna perfetta, a cui Barbie si è conformata, o se è stata Barbie ad alimentare (o addirittura concorrere a creare) lo stereotipo, sarebbe come chiederci se è nato prima l’uovo o la gallina. 

È sulla pensata geniale di Greta Gerwig e Noah Baumbach di accompagnare lə spettatorə a rendersi consapevole degli stereotipi di genere che permeano la società del mondo reale (sì, la nostra!) che voglio mettere l’accento. Perché da questa trovata cinematografica possiamo in maniera immediata comprendere:

  • non solo quali siano gli stereotipi legati al genere che esistono e condizionano i modelli organizzativi della società e la qualità delle relazioni tra esseri umani
  • ma soprattuto comprendere che lo stereotipo è subdolo, difficile da intercettare e diventa visibile solo quando entriamo in un nuovo mondo

È solo compiendo un viaggio fuori di noi, fuori dalla nostra società, dalle nostre organizzazioni, dal nostro mondo abituale che possiamo vedere quello che altrimenti rimarrebbe nascosto, che possiamo scovare gli stereotipi radicati. Capire che ciò che è normale lo è perché è normato appunto da una specifica società che risponde a sua volta a specifici modelli mentali (Peter Senge docet) può essere sconvolgente dapprima, ma è un profondo atto di responsabilità individuale. 

Se non avete visto il film, ve lo consiglio. È divertente, potrebbe darvi modo di accorgere quali degli stereotipi proposti si è insediato dentro di voi e, vi avviso, potrebbe farvi un po’ inc*****e… però ne vale la pena visto che la frustrazione è un’emozione utilissima per cambiare se stessi e cambiare il mondo.

Pubblicato da beatricemonticelli

Filosofa di formazione, formatrice esperienziale, facilitatrice e counsellor. Sono appassionata di etologia e neuroscienze, amante della montagna, dello yoga, della pallavolo e delle giornate di sole. Incuriosita da tutto ciò che è arte.

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